La Tempesta
di Fausto Pianca
La Tempesta
di Sarita
La Tempesta era nel cielo non più cielo, un ammasso di lapislazzuli e piombo che fondeva l'orizzonte in un unico respiro affannoso. Sulla tela, la luce lottava per non affogare.
Al centro, un ultimo barlume dorato resisteva come una corona dimenticata tra le onde, era il sole, il suo ricordo come una ferita luminosa cercava di squarciare il velo delle nubi smeraldo.
Sotto di esso, l'acqua era un gioco di specchi infranti, dove il verde cupo delle profondità si mescolava all'arancio della terra spazzata via dal vento.
Tutto appariva sospeso in quel momento esatto in cui la natura trattiene il fiato prima di implodere.
Le pennellate orizzontali, tese come corde di violino pronte a spezzarsi, raccontavano di un vento che non si vede ma che deforma il visibile e l'invisibile.
Era una danza di astrazione e violenza, dove il silenzio era solo l'illusione di chi guarda da lontano.
In quel caos apparente, c'era un ordine sottinteso: la tempesta non stava distruggendo, stava ridipingendo il mondo con i colori del puro istinto.
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