Passa ai contenuti principali

"La macchia d'odio" - Gisella Forlì

La macchia d'odio

di Gisella Forlì

Lucia aveva richiamato il muratore che le aveva collegato sul tetto il tubo della caldaia. Lo aspettava per l'indomani.

Era da alcuni giorni allarmata perché in cucina dilagava una macchia giallastra che impregnava il muro e pareva lì lì per distruggere tutto l'intonaco.

Gocciolava acqua sporca sul pavimento e sui piatti posti ad asciugare nello scolapiatti. Piero avrebbe voluto arrampicarsi lui a vedere, ma lei si era arrabbiata con lui per una futile questione di spese, ed aveva paura che un maligno destino la prendesse in parola quando lei aveva pensato: "starei meglio senza Piero."

E se il destino gli avesse fatto venire un capogiro o fatto mettere un piede in fallo e lei avesse dovuto correre giù dal quinto piano in cortile, a constatare che ormai Piero davvero non poteva disturbarla più?

Così, uscita sul pianerottolo a fumare (questo doveva fare perché Piero odiava il fumo) si affacciò da quella finestra esterna sporgendosi per vedere dove stava il guasto delle tegole vicino alla canna fumaria.

Ma non si vedeva. Si sporse un poco di più... barcollò. Aggrappata alla piccola ringhiera di ferro battuto del davanzale, tremava. Si era vista in un flash, precipitare. Si era vista in un letto di ospedale, morente, incapace di parlare - in coma? - ma udiva gli altri. "Eh, sì, aveva anche problemi di soldi, era un pezzo che le cose le andavano male... una stupida, un errore dietro l'altro. Voleva andare in Inghilterra. Voleva andare in una 'Beauty farm'. Voleva aprire un laboratorio di scrittura. Parlava di prendere un camper. Che sciocca. Poveretta... ma che sciocca”.

E Piero: "Eppure non ci mancava nulla. Del resto ce l'avevamo sempre fatta in tutto. Non saprei dire se era delicata o forte. Si dava, negli ultimi tempi, atteggiamenti da forte, faceva di tutto, portava su anche 20 chili di cemento per volta. Anch'io mi sono irrobustito così, non ero forte prima. Era diventata forte. Ma aveva paura, sempre paura di qualcosa... aveva paura della gente... e molta gente non la capiva.

Vedeva quella strana persona forte ma esitante... spaventata. Contraddittoria. Una volta divise un sacco da 20 chili di sabbia in 4 sacchetti da 5, per non fare fatica."

L'allucinazione la lasciò un po' scossa. Rientrò in casa, in cucina a lavare il portacenere.E davanti a lei quella brutta macchia sul muro, che si allargava... come l'odio. L'odio per le difficoltà della vita.

Commenti

Post popolari in questo blog

Elena Bullo & Flavia Orrù

Nel bosco di Elena Bullo 50 cm x 70 cm Il Cuore di Smeraldo. Il Cuore di Smeraldo e il Sentiero della Luce Verde di Flavia Orrù C'è un momento, nel crepuscolo perpetuo della foresta di Aethelgard, in cui il silenzio non è assenza di suono, ma una melodia visiva. Kaelen camminava da giorni, portando con sé il peso di una mente frammentata dal rumore della civiltà, finché non giunse alla riva del Lago Riflesso. Davanti a lui, la natura non era composta da semplici alberi o acqua, ma da pura energia cromatica. Il verde non era solo un colore; era un respiro profondo che riempiva i polmoni e svuotava l'anima dalle sue scorie, agendo come un balsamo che spegneva l'incendio dei pensieri superflui. Il Soffio di Gaia e la Luce della Linfa. Mentre fissava la colonna di luce che squarciava le fronde superiori, Kaelen sentì la propria anima vibrare in sincronia con le pennellate di smeraldo e giada che danzavano sull'acqua.  Quella colonna luminosa non era una semplice aurora diur...

Flavia Orrù

"Soglia" Acrilico su tela, 100x50 cm Flavia Orrù La Geometria del Caos di Flavia Orrù La tela non era fatta di semplice stoffa, ma di emozioni sottili, tese su un telaio di legno che sembrava respirare. Chiunque entrasse nel laboratorio di Sebastian avvertiva il profumo avvolgente dei pigmenti naturali mescolato a quell'atmosfera sospesa, tipica dei luoghi in cui una mente instancabile cerca di dare una forma all'invisibile.  Sebastian non dipingeva per decorare spazi ordinari; dipingeva per tradurre in immagini la complessità e le sfumature della psiche umana. La sua era una mente fervida, quasi geniale, capace di catturare le correnti silenziose dell'anima e imprimerle sulla tela. Per lui, quel dittico non era un semplice paesaggio marino astratto, ma una mappa intima dei territori più profondi del pensiero. Al centro di tutto, custode silenziosa ed evocativa della composizione, regnava la Nebbia . La Nebbia occupava il cuore del quadro, quella fascia centrale ...

"La panchina rossa" - Luigi Panzardi

 La panchina rossa É una rosa solitaria tra il verde fogliame  la panchina rossa ottenuta dopo reiterate  petizioni della madre, parenti, amiche  allacciate da memorie e ricordi. E orrore! É stata inchiodata fra le altre in ferro bruno,  nel piccolo parco intorno alla fontana. Essa è di legno verniciato rosso, solida e ferma.  Durerà nel tempo, forse più del ricordo. La madre ogni giorno vi porta ormai le sue rughe,  si siede, poggia le guance sui pugni, poi si distende sul fianco e offre alle fasce di legno il suo corpo consunto. Ogni pomeriggio, da quando…  Ricorda bene la data, l’ora e i minuti.  S’assopisce piangendo, rivede la sua bambina. «Mamma, è andato via l’orco?»  Sogna, forse? Luigi Panzardi

Contatti

saverino@hotmail.it (Centro Sever), arte.anima.mi@gmail.com (Arte & Anima)