Vorrei essere ancora figlia
di Anna Maria Zoppi
Mi chiamavi “mamma”
con voce fragile,
come se il tempo avesse fatto un giro largo
e fosse tornato indietro
a confondere i ruoli.
Le mie mani,
che cercavano le tue da bambina,
imparavano ora a sostenerti,
a portarti il cucchiaio alle labbra,
a leggerti negli occhi
ciò che non riuscivi più a dire.
E io diventavo grande
senza accorgermene,
diventavo rifugio,
carezza,
presenza.
Sono stata mamma di mio padre
quando il suo sguardo si faceva smarrito,
quando il silenzio pesava più delle parole.
E poi mamma di te,
stringendo il cuore
tra amore e paura.
Eh, sì,
era anche bello.
Di una bellezza strana,
profonda,
quasi sacra:
prendersi cura,
restituire ciò che avevo ricevuto,
essere casa per chi era stato casa per me.
Ma dentro…
dentro c’era una bambina
che bussava piano.
Voleva ancora una mano da stringere,
una voce che dicesse “ci sono io”,
un posto dove poter essere piccola
senza dover capire tutto.
Voleva essere figlia.
E a volte la tristezza arrivava così,
silenziosa,
tra un gesto e l’altro,
tra un respiro e una notte lunga.
Perché crescere così in fretta
è un dono che pesa,
è amore che cura
ma lascia nostalgia.
E ancora oggi
c’è quella bambina in me
che aspetta,
che spera,
che sussurra piano:
“Per un attimo ancora…
lasciatemi essere figlia.”
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