A te
Le fronde degli alberi mormorarono
per me il nome sacro che ti donammo,
il cielo glauco illimpidito di gioia
accoglieva garruli svolazzi.
Mari e fiumi studiarono nenie
che avrebbero riempito
l'aria del tuo appisolarti.
E poi col primo vagito
risuonarono nitidi scampanii di colori
come affreschi puri d'armonie.
I viali ricordano - Il fruscio dell’erba
a me lo ricorda - i tuoi saltelli torrentizi
per i quali sorrideva tutto il parco.
E poi… E poi il fiume s’incuneava
nel futuro ogni giorno,
con me sulla riva attento
al turbinio della corrente
pronto a lanciarmi
per sollevarti dai gorghi.
Il flusso delle ore è ancor più arido,
ma nella secchezza della carne
intatto persiste ansioso lo sguardo
sul tuo essere figlio e la tua parola
che di rado ascolto mi avvolgerà
fors'anche domani dolcemente il cuore.
Luigi Panzardi
Commenti
Posta un commento